Il genio di Esionov sbarca in Italia

Sogni di Snowden, 2015, acquerello su carta 76 x 56

di Cristina Acidini
Presidente dell’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze

La pittura di Andrey Esionov comparve d’improvviso sullo scenario dell’arte russa, e rapidamente dell’arte internazionale, come sottolineò Alexander Borovsky (nella sua lunga introduzione all’esposizione personale “Reflection.” watercolors and drawings of Andrey Esionov tenutasi nel 2016 nel Museo di Stato Russo), destando stupore e ottenendo riconoscimenti immediati da parte dei critici. Tra questi Alexander Yakimovich, autore di un analitico saggio sull’artista, che non esitò a definirlo il “fenomeno Esionov”; e poi Alexander Rozhin, storico dell’arte e scrittore moscovita, che ha presentato le sue opere anche di recente nella mostra L’arte della trasformazione, The Art of Transformation, tenutasi a Samara nel Museo d’Arte Regionale nell’estate 2017.

A quelle sue prime esperienze artistiche pubbliche, sembrò che Esionov si presentasse adulto e munito al cimento della pittura irrompendo dal nulla (“from nowhere”, Yakimovich), come una Minerva uscita tutta armata dalla testa del padre degli dei Giove, secondo il mito greco-romano antico: simbolo del pensiero generatore di una Sapienza agguerrita e operosa. In realtà l’artista, nato a Tashkent nell’Uzbekistan, fin dal 1981 aveva il diploma in Arte Grafica Professionale, e aveva poi conseguito la laurea in Arte presso l’Università nazionale d’arte e di teatro “A. Ostrovsky” di Tashkent. I suoi lavori giovanili avevano suscitato l’attenzione dei colleghi maggiori d’età e dei critici: ma fu una sua scelta dedicarsi agli affari e affermarsi in quel campo, viaggiando per il mondo e collezionando esperienze. Senza mai abbandonare veramente la comunità artistica (essendo ad esempio dal 1995 membro dell’Unione Artista Russa dei Pittori), si tenne nell’ombra e in disparte.

Nella pienezza del dipingere, Esionov tornò a immergersi dopo venti anni di carriera coronata da successo, con risultati che si manifestarono nella sua mostra Mosca e i Moscoviti, tenutasi a Mosca e a Parigi nel 2013. Nel frattempo grandi rivolgimenti politici avevano avuto luogo in Russia, passata attraverso i periodi contrassegnati dai concetti chiave di glasnost’ e perestrojka, fino alla dissoluzione dell’Unione Sovietica nel dicembre del 1991, in contemporanea con un drastico mutamento dei valori e dei comportamenti sociali. Per citare il critico e amico di sempre di Esionov, Ruslan Irgaschev, nel commento alla mostra Stepping Twice in the River presso il Museo statale d’Arte dell’Uzbekistan (2017), “nei primi anni ’90, nella vita sociopolitica del paese ebbe luogo uno slittamento tettonico” (“In the early 1990s, a tectonic shift took place in the sociopolitical life of the country”), e nel medesimo periodo l’artista aveva lasciato Tashkent per trasferirsi a Mosca.

Come erano trascorsi, per l’Esionov pittore latente dentro l’Esionov uomo d’affari, quei venti anni? Certamente non invano, perché grazie alla sua formazione giovanile e a una personale, originale capacità di cogliere in un istante le situazioni per trasformarle in immagine interiori, aveva tesaurizzato un patrimonio figurativo virtuale: tipi, scene, composizioni viste attorno a sé in patria o nei viaggi all’estero si sedimentavano nella sua memoria, come un archivio di dipinti in potenza pronti a convertirsi in immagini reali, non appena lo avesse desiderato o permesso. : ma “non era una pausa – ha scritto ancora Irgaschev – bensì un periodo d’intensa accumulazione di esperienze e di abilità professionali, che a suo tempo culminò nell’attuale “esplosione” artistica del maestro” (“It was not a pause but a period of intense accumulation of experience and professional skill, which in its turn culminated in the artist’s current artistic “explosion””).” Per dirla in termini teoretici di origini rinascimentali, per anni Esionov ha praticato un “disegno interno”, mentale, al quale occorreva solo il “disegno esterno”, fisico, per manifestarsi. Il che è appunto accaduto, permettendo al pittore una partenza sicura e un’intensa attività, scandita da mostre in sedi prestigiose.

Superata la fase dei primi dipinti che hanno contribuito al diffondersi della sua fama, come i ritratti simbolici di russi famosi tra i quali il presidente URSS Mikhail Gorbachev, l’astronauta  Alexei Leonov, i registi  Eldar Ryazanov and Vladimir Naumov, lo stilista Vyacheslav Zaytsev e il campione di scacchi Anatoly Karpov, Esionov ha dato spazio a importanti e complessi soggetti di carattere religioso, colti in pittura a olio.

Ma fra le espressioni creative che Esionov ha stabilmente accolto nella sua produzione d’arte, primeggia certamente l’acquerello su carta, tecnica difficile e piena di sfide, per la quale egli si era solidamente preparato negli studi giovanili. E’ questo il medium del quale si è servito e si serve per dare visibilità alle immagini interiori, raccolte in passato e captate nel presente, fissandole su fogli di pochi formati ricorrenti (56×38 cm, 76×56 cm) in verticale: figure d’ignoti, animali urbani, paesaggi cittadini (cityscapes) sono fra i suoi soggetti preferiti.

Come è stato osservato, ancora da Borovsky, provenendo dal “nulla” esterno Esionov si è potuto permettere di scegliere temi e soggetti guardati con sospetto nel”sistema” ufficiale delle arti: “Through being an outsider, Esionov was able to undertake the grand tasks we see him perform in his themed paintings. Those who follow a more institutional, academic career in art are normally obliged to pass through certain stages, only taking on such weighty subjects once they have the benefit of experience and official recognition” (“Grazie alla sua posizione di outsider, Esionov ha potuto affrontare i grandi compiti che gli vediamo svolgere nei suoi dipinti a tema. Quelli che seguono una carriera artistica più istituzionale e accademica, di solito devono passare attraverso certi stadi, trattando soggetti così impegnativi solo dopo aver acquisito i benefici dell’esperienza e il riconoscimento ufficiale”; dal catalogo Reflection, Mosca 2016, p.5).

In sostanza, lo spazio nel quale è andato a collocarsi Esionov è uno spazio di libertà, nel quale è stato esonerato da obblighi e rituali, permettendosi un’immersione incondizionata – sostenuta da una tecnica superba – nel popoloso oceano dell’iconografia del mondo.

A guardare i passanti, gli artisti di strada, i cavalli aggiogati alle carrozzelle che popolano i fogli di Esionov, può sembrare che il suo sia uno sguardo da reporter, da sagace indagatore della compagine umana, che coglie individui e folle in transiti, in soste, in dialoghi imperscrutabili, in esibizioni improvvisate e marginali, e che perfino negli animali studia e fissa le mutevoli apparenze dei corpi: misteriosi involucri viventi che trascorrono nello scenario inorganico della metropoli globale, tutta cemento, ferro e vetro. In realtà, nella narrativa per immagini di Esionov i livelli della rappresentazione sono spesso molteplici, e a un secondo e più attento sguardo, molte scene rivelano una dimensione ulteriore, un orlo inquietante, un affaccio su un altrove espresso in termini simbolici o allegorici, che appartiene alla sfera del sogno, o forse dell’incubo. Anche solo scorrendo i 40 fogli che Esionov ha selezionato per la mostra nella sede dell’Accademia delle Arti del Disegno a Firenze, da certe scene apparentemente innocue affiorano suggestioni simboliche, spettri del pensiero dell’autore che prendono effimera vita nei pochi tratti sapienti loro destinati.

Ad esempio nella serie dedicata agli artisti di strada, il tema tipicamente bozzettistico si presta a variazioni fantastiche. Quale lama obliqua di spazio azzurro, ci si può chiedere, va a sfiorare i piedi del cantante in canotta di Ode to the sky, Ode al cielo, che dedica ai lontani uccelli in volo una canzone appassionata ? E chi è il doppio livido e malinconico che aleggia sopra al chitarrista nero in bermuda di Alejandro’s secret, il Segreto di Alejandro, seduto in prossimità d’un ponte sorvolato da falchi ? E chi inonda di bolle di sapone – antico e supremo simbolo della vanitas d’ogni bella cosa – il giovane suonatore di tamburo accoccolato sul marciapiede? E che significa lo sbiadito spartito intitolato “Chopin”, in mano al suonatore di uno strumento a percussione etnico (un djembe?), arricchito da lamine metalliche? E quali arie avrà suonato il violinista negro che chiede l’elemosina, inginocchiato in prossimità d’una vetrina con due manichini bianchi?…

La serie Smoke in the big city, fumo nella grande città, prende spunto dalla figura iconica e spavalda di una ragazza in jeans, che camminando sul marciapiede, con la grande borsa a tracolla, lancia in aria lo sbuffo insolente d’un fumo di sigaretta. Altre ragazze contemporanee- calze lucide, jeans strappati – avanzano ridendo, colte in un’amichevole istantanea. Un’altra accenna una corsa, lo sguardo obliquo, come a sorvegliare l’immobile presenza di due donne-manichino ingabbiate nel vetro. Mentre due passeggiano rilassate e casual, due cani accennano a una monta: blanda ironia? simbolo dell’indifferenza reciproca? Fantasia segreta che si manifesta?…  In Reflection (eponimo della mostra del 2016) una viaggiatrice sosta a consultare il cellulare, un uomo più in là si ferma guardando altrove, la scritta “Vino Chianti” sul fondo porta una rosea luce d’Italia.  Momenti qualsiasi, tranche-de-vie per le strade di metropoli russe (o americane, o europee, o asiatiche), che raccontano più di quanto si vede, lasciando a volte le domande senza risposte.

Una miniserie dedicata ai bambini ci mostra due giovanissimi atleti in riposo, una piccola disegnatrice in sneakers attorniata dal sogno di future sottili caviglie su future scarpe pump rosse, un ragazzino orientale incuriosito – ma neppure tanto – da un esercito di robot, con i quali potrebbe forse vantare una certa confidenza. Strane visioni, che raggiungono l’apice di un icastico ammonimento in Don’t go chasing the balloon, Non inseguire il palloncino, che mostra in evidente pericolo di caduta un bambino slanciato verso il palloncino in fuga.

Con Time of Shadows, entrano in scena personaggi di popoli asiatici (concittadini uzbeki?), estranei al glamour metropolitano e piuttosto portatori di costumi e usanze dalle radici antiche. Anziane col fazzoletto in capo, uomini semplici, in un contesto urbano di strade con auto, ma dove si affaccia prepotente la natura in un mazzo di carote dal vivido color arancio, in una rossa anguria misteriosamente spaccata al suolo.

Altra ancora è l’intonazione di Autoctoni: personaggi forti e decisi, che balzano verso il primo piano dall’indistinto della strada, portando in primo piano la loro eleganza, o la loro robustezza, o il loro cattivo gusto, con uguale intensità vitale e senso di scopo nel muoversi verso mete a noi sconosciute. Ma le due ragazzotte un po’ volgari sono assassine con tanto di daga che lasciano sul pavimento teste maschili, come moderne Giuditte. E poi sfilano vecchi con cani, una ragazza agile seguita da un anziano col bastone mentre tutt’intorno piovono mele come in una fiaba. E’ arcana la scena di un anziano che ammonisce due cani, mentre a mezz’aria si manifesta un’apparizione di gatti inarcati, forse un racconto, forse una minaccia destinati ai due attenti e fedeli compagni in ascolto. Sa di bizzarra e rischiosa competizione la serena scivolata del giovane viaggiatore sullo skateboard lungo una pista aeroportuale, mentre un aereo da lui non visto (e, pare, non sentito) sta per atterrare. L’intonazione simbolica che pervade segretamente le scene si fa acuta e percettibile in Eve, once again, Eva, una volta ancora, dove una donna col compagno al fianco allunga un dito a perdersi serpentino un vuoto candido (vortice? specchio?) forse cedendo di nuovo al sussurro di una tentazione contemporanea.

Quanto alla categoria dei Neo-nomadi, essa presenta gente eterogenea, che ha il tratto in comune dello spostamento: anche al limite del surreale, come il nero bloccato a un trivio che mostra indicazioni per Londra, per il Gambia e per la Luna: ovvero la vita reale, la nostalgia delle radici e il sogno utopico della fuga in un altro mondo. Chi è immobile – una sorta di mendicante accovacciato a terra – vive un misterioso sdoppiamento al di là d’un’inconsistente divisorio, forse di vetro o forse di pensiero: la sua figura è replicata con inspiegabili, inquietanti varianti. E poi ci sono quelli che vanno e basta: il pope, i preti, il nero vestito di bianco, protagonisti di viaggi ignoti fermati in un fotogramma. Anche nelle situazioni più a rischio, Esiononv mantiene saldamente il suo punto di vista originale e introspettivo. Così lo splendore di Venezia, da un incantevole giardino affacciante sul canale presso una dimora gotica o neogotica, è solo lo sfondo per la fatica di un inserviente nero assediato dai piccioni.

La serie forse più pericolosa, quella intitolata Horse and Coach, Cavallo e cocchiere con le carrozzelle da diporto nei centri storici – soggetto sull’orlo di farsi cartolina, di addolcirsi in oleografia, di scivolare nel più scontato “genere” – è padroneggiata da Esionov tramite il filtro di un’umanità partecipe, ma capace di sottile ironia e di amabile distacco. Cosicché nelle immagini, contemporanee eppure al tempo stesso anacronistiche, dei legni fermi ai crocicchi asfaltati, con i loro cavalli pazienti e fiaccherai in attesa, egli richiama ai nostri sguardi momenti di un rapporto speciale e antico: quello fra il cavallo e l’uomo che se ne occupa, un rapporto che sopravvive intenso com’era millenni or sono, nella vita quotidiana della città, anzi delle città del mondo.

Come è stato osservato a proposito della sua mostra Equilibrium, presso la Galleria Nazionale d’Arte “Hazine” nel museo statale di Belle Arti della Repubblica del Tatarstan (2017), nei suoi acquerelli Esionov coglie e trasmette sensazioni complesse, come un rapporto di coppia, la stanchezza di un vecchio (o di un turista o di un senzatetto), persino il profondo legame tra il cavallo e il padrone, il tutto all’interno delle specificità dei singoli individui, delle età, dell’etnia.

Ma si può dubitare che, come affermato in occasione della stessa mostra, l’acquerello di per sé si attenga alla realtà e alla verità della vita: perché i riposti o palesi sensi allegorici, espressi da costrutti simbolici, fanno di ognuna di queste immagini qualcosa di più e si diverso dalla semplice testimonianza. Mi trovo, per questo aspetto, in piena sintonia con Rozhin, il quale presentando gli acquerelli esposti in nella mostra L’Arte della Trasformazione, The Art of Transformation (Samara 2017) precisa: “Egli [Esionov] è il creatore di metamorfosi uniche, che a modo loro traslano oggetti tangibili e riconoscibili visivamente nel linguaggio delle associazioni […] Lungi dall’essere meccaniche riprese della realtà, le sue opere sono trasformazioni sensibili e indiscutibilmente accurate di ciò che egli vede, proiezioni di singoli schizzi, studi, allegorie convincenti e polisemiche” (“He is a creator of unique metamorphoses that in their own way translate palpable, visually recognizable objects into the language of associations […] Far from mere mechanistic snapshots of reality, his works are sensual and unquestionably accurate transformations of what he sees, projections of discrete sketches, études, convincingly realistic and polysemic allegories.”)

Lo strumento di Andrey Esionov acquarellista consiste in una tecnica non solo sicura ma impeccabile, nel senso più letterale del termine giacché, come è noto, chi dipinge ad acquerello non può permettersi errori o pentimenti, né può ottenere la luce aggiungendo, come si fa in pittura, colori chiari e bianco puro. La luminosità viene esclusivamente dal foglio di carta vergine – gli addetti ai lavori ben lo sanno – di modo che i chiari vanno trattati con stesure acquose solo tenuemente pigmentate, e i massimi lumi, ovvero i bianchi, coincidono con la carta “risparmiata” nel suo candore originario. Nel caso di Esionov, colpisce la sua sicurezza nel distribuire i colori, nel calibrare i chiaroscuri e soprattutto – per me almeno – nel padroneggiare la delicatissima operazione del “risparmiare” la carta per i bianchi, creando colpi di luce, luminosità diffuse e all’occorrenza contorni esatti e finissimi, con un virtuosismo che gli consente di mostrare una scena attraverso una ragnatela, come contemplata dalla finestra di un vecchio edificio in disuso. Certo nulla è lasciato al caso, in questo suo lavoro dall’apparenza brillante ma dal ductus controllato e perfino meticoloso. Scene e figure sono progettate in anticipo con magistrali disegni a matita, dove ai contorni ottenuti con linee vibranti e decise vengono aggiunti, con tratteggi a matita di intensità variabile, i toni intermedî e gli scuri profondi. Così il contorno di ogni singola figura e il suo partito chiaroscurale sono predisposti in anticipo, a guidare l’irreversibile stesura dei colori: un metodo, questo, proprio dei maestri nella linea storica che conduce dal Medioevo all’Accademia ottocentesca, in cui il disegno come progetto intellettuale e guida della creatività manuale è posto al di sopra di ogni altro principio ed è considerato (come accade nella nostra Accademia di fondazione vasariana) il padre generatore di tutte le arti.

La potenza della luce che irradia dagli ambienti e dalle figure stesse è dunque esaltata, e conferisce un tratto identitario agli acquerelli di Esionov. Una chiarità ora diffusa ora lampeggiante pervade le composizioni: una trasparenza interna dà consistenza cristallina alle forme – essendo forse glasnost’ un’aspirazione, un concetto, un valore profondamente appartenente alla formazione giovanile di Esionov – e insieme suscita riflessi fantasmatici, che si sciolgono nelle pennellate liquide dei fondali appena mossi e quasi indistinti.

Opere di Esionov si trovano nelle collezioni di musei a Mosca, a San Pietroburgo, a Kazan, a Samara, nella sua città natale Tashkent, oltre che, per esposizioni temporanee, in gallerie di vari altri paesi. Con questa mostra a Firenze, Esionov ritorna alle origini del sapere artistico occidentale, confermando e corroborando un dialogo artistico internazionale attorno ai grandi temi di ascendenza umanistica, che pone la persona umana al centro di tutte le cose.

Cristina Acidini
Presidente dell’Accademia delle Arti del Disegno di Firenze

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