Intervista ad Andrey Esionov

 

Independence Day, 2018, carta, acquerello 76×56

Un imprenditore di successo, concentrato nella realizzazione di grandi progetti industriali, come riesce a dedicarsi anima e corpo all’arte?

Nella vita spesso giustifichiamo i nostri errori, il nostro stato d’inerzia, adducendo ragioni “oggettive”, a cui poi iniziamo a credere veramente. Quando invece smettiamo di mentire a noi stessi, può avverarsi qualsiasi cosa. Credetemi, io vivo una vita piena: gestisco i miei affari, dipingo e nuoto per almeno due chilometri ogni giorno. C’è abbastanza tempo sia per divertirsi un po’ che per godersi tutte le ultime mostre, leggere, rivedersi più e più volte ancora le collezioni museali, e non solo quelle di Mosca. Io viaggio molto e continuo a gestire i miei affari anche a distanza, porto sempre con me un album per gli schizzi, mi fermo soltanto negli alberghi con piscina per poter nuotare, visito le gallerie d’arte, i musei, dove ho sempre qualcosa da imparare, e un buon ristorante con un bicchiere di vino soave, magari in compagnia interessante, sono un valore aggiunto al tutto. Tutto quel che vedo, che percepisco, tutto ciò che imparo, entra nei miei quadri. Non c’è alcun confine tra gli affari, i musei, i libri, le cene e l’arte. Fa tutto parte del mio mondo, è dentro di me, e un quadro è come il facsimile di un frammento di questo mondo.

Quando è scoccata la scintilla che l’ha costretta a tornare, dopo un decennio di successi negli affari, alla prima e più grande passione della sua vita?

Il desiderio di dipingere non mi ha mai abbandonato, proprio mai. Sono certo di esserci nato. In effetti, terminati gli studi all’Accademia di Belle Arti, mollai pennelli e cavalletto per vent’anni. Ancora non riesco a capire come sia stato possibile. Certo, cercando di trovare le ragioni di una pausa così lunga, riconosco che in un certo modo ingannavo me stesso, anche se era un periodo davvero strano. A volte mi svegliavo madido di sudore freddo, perché non dipingevo più. Una sensazione che non augurerei di provare neppure al mio peggior nemico. Pensavo che la voglia di dipingere mi avrebbe lasciato, mi frenavo, assillato dal timore di aver perso la mano per l’inattività, mi dicevo che imbrattare tele non fosse la mia strada. Così vivevo con la sensazione di non respirare a pieni polmoni. Come oggi, anche allora viaggiavo molto, visitavo i musei con grande interesse e dipingevo sempre, ma “sotto voce”, dentro di me; evidentemente ho dipinto tanto che a un certo punto “il granaio ha traboccato”. Progettai e realizzai un atelier, presi gessi, carta e ricominciai a dipingere: mi ci volle un anno per riprendere. Poi passai ai ritratti e alle composizioni con più figure. Ovviamente la pittura a olio, gli acquerelli. Tornai a respirare.

L’URSS, un buco nero, la Russia. Il modo di concepire l’arte, la tecnica pittorica, che difficoltà ha incontrato nel ricongiungere questi due mondi così lontani?

Il paese in cui sono nato e cresciuto, l’Unione Sovietica, si è trasformato sotto ai nostri occhi: in un primo momento non sapevamo bene in cosa. Credo che allora nessuno immaginasse gli sviluppi futuri: né la popolazione né chi teneva le redini. Un paese dalla ricca storia e dalla cultura d’importanza mondiale si era incrinato. Quello dal 1988 al 1994, a ripensarci oggi, fu il periodo più duro nella storia dello spazio post sovietico. Il paese aveva bisogno di “cambiare pelle”: liberarsi di quella vecchia e presentarsi al mondo con una pelle nuova, forte e pulita. Un processo doloroso, ma salutare. All’epoca, nel periodo 1988-1994, che lei ha definito “un buco nero”, avevo 25-30 anni. Non avevo tempo per stabilire di che colore fosse il buco e se fosse poi veramente un buco. Mi sposai, ebbi un figlio, divorziai, mi sposai una seconda volta e nacque una figlia. Nel 1988 entrai in affari, diventando poco alla volta indipendente finanziariamente e benestante. La vita non si limitava ad andare avanti, ma procedeva a gonfie vele. Di quel periodo avrei tantissimo da raccontare. Penso che la genetica e il cambiamento in Russia mi diedero la possibilità, come nel principio della relatività di Einstein, di vivere un anno come se fossero stati dieci. Quel periodo meriterebbe davvero di esser studiato. Oggi però, in quanto testimone di quel “buco quantico”, continuo per lo più inconsciamente a riversare su tela o su carta i sentimenti assorbiti a quei tempi. Inoltre, quegli anni mi hanno insegnato a valutare attentamente la realtà circostante nella sua vera misura. Mi piace assorbire il mondo, farlo scorrere attraverso di me e trasferirlo sulla tela. Per quel che riguarda la mia visione dell’arte, ho tre principi: il talento, l’onesta e la professionalità. Non ha importanza invece in quale stile, genere, maniera, forma o tempo lavori un artista.

I suoi antenati sono stati inviati dagli zar a difendere i confini estremi dell’Impero russo nell’Asia Centrale. Si è formato come artista a Tashkent, capitale dell’Uzbekistan, ha conquistato il successo a Mosca. È sbagliato ritenere che l’arte sia riuscita ad annullare il tempo e lo spazio, a favorire il passaggio da nomade a neo-nomade?

– Sono nato a Tashkent. Oggi è la capitale dell’Uzbekistan. In effetti, i miei antenati sono giunti in Asia Centrale col generale Skobelev. Non erano tutti militari: qualcuno era venuto per impiegare le proprie conoscenze di ingegneria o come insegnante, per una missione culturale. I russi non hanno soltanto costruito fortezze militari, ponendo fine alle incursioni delle tribù bellicose e alla tratta degli schiavi, ma hanno anche investito nell’economia. Hanno importato i semi del cotone, costruito impianti di bonifica, stabilimenti manifatturieri, industrie tessili. Hanno aperto scuole, teatri, costruito chiese. Il clima caldo, il sole in abbondanza, il suolo fertile, le antiche tradizioni locali, risalenti ancora all’impero del Grande Tamerlano, la democratica libertà di pensiero e d’espressione, a ben 3500 km di distanza dalla capitale monarchica della Russia, furono un terreno fecondo per il fiorire della cultura. E non era certo una provincia del vasto Impero Russo; la regione divenne un centro di democrazia e cultura. Non è un caso che il primo capo del governo democratico della Russia dopo l’abdicazione di Nicola II nel 1917, prima che i bolscevichi prendessero il potere, sia stato Aleksandr Kerenskij, medaglia d’oro del ginnasio di Tashkent.
Tra gli altri, in Asia Centrale arrivarono diversi pittori, i più brillanti rappresentanti della scuola accademica russa. Gli artisti delle avanguardie russe portarono una visione innovativa. Grazie ai loro sforzi nacquero studi e scuole d’arte, si diede impulso all’artigianato. Proprio da artisti come Volkov, Karachan, Ufimcev, Osmërkin, Ben’kov, la Kovalevskaja, Fal’k, Labas, Gerasimov e molti altri, hanno imparato i miei maestri. La tradizione accademica, entrando in contatto con un nuovo ambiente, partorì un diverso inedito stile artistico. Così la scuola di pittura di Tashkent si distinse dalle altre, come quella di San Pietroburgo, di Mosca o di Kiev, pur mantenendo le proprie radici russe.
Dopo il crollo dell’Urss, mi trasferii a Mosca. Una megalopoli, popolata ogni giorno, secondo le statistiche, da circa 25-27 milioni di persone, visitatori compresi. Mosca, fin dalla sua fondazione, non è soltanto la capitale del più vasto stato al mondo, ma è anche una città in cui si riversano costantemente le energie fresche di uomini passionari. E non si tratta semplicemente di neo-nomadi, ma dei più attivi rappresentanti delle proprie regioni. Quanti poi non sono in grado di reggere il ritmo e lasciano la capitale. C’è un detto: “Mosca non crede alle lacrime”, che rappresenta alla perfezione il moscovita tipico, nonostante sia uno stereotipo. È uno sguardo dall’esterno, non parlo di me. Per quel che mi riguarda, mi sono ambientato facilmente nella vita moscovita. Inoltre, nonostante più di una generazione dei miei antenati sia cresciuta in Asia Centrale, a Mosca mi sono sentito come nella mia antica Patria: mi sono sentito a casa.
La mia vita artistica nella capitale è iniziata con una visita al mio studio nel 2011 del vicepresidente dell’Accademia Russa delle Belle Arti, Tahir Salachov. Questi, dopo aver visto i miei ultimi lavori, mi ha detto: “Lei non ha il diritto di non mostrare le sue opere”.

Esionov è un cognome molto raro in Russia. Che segreti nasconde?

Prima dell’era di Internet pensavo che la mia famiglia fosse l’unica a portare il cognome Esionov. Nel 2014 però una storica dell’arte, scrivendo un articolo su di una mia mostra, trovò notizie sull’origine del cognome Esionov. Non è un caso che siano davvero in pochi ad averlo. Il fatto è che gli Esionov sono comparsi soltanto nel XVI secolo, durante il regno di Ivan il Terribile. All’epoca in Russia non esistevano onorificenze come medaglie o decorazioni; così lo zar Ivan Vasil’evič, per distinguere i più degni, stilò una lista di nuovi cognomi, a parer suo belli, che potessero esser trasmessi ai propri discendenti. Esionov era tra quei cognomi, e un mio lontano antenato, un alto prelato della città di Novgorod, ricevette in premio da Ivan il Terribile il diritto di portare il nostro cognome. Una storia divertente e interessante.

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